Di nuovo grazie Luciano (o meglio Francesco)

Sto leggendo il tuo primo romanzo…Bello, davvero! Ogni giorno quando inizio a tradurre o ad analizzare un libro in spagnolo penso a te! Pur non avendoti mai visto mi hai lasciato un segno indelebile e lo hai lasciato nell’anima, posto da cui non se ne andrà mai… Tu hai permesso, con la tua fiducia, di aprirmi la strada verso il mio sogno…e ora che ci sono non so ancora se devo aprire gli occhi o continuare a tenerli chiusi!!!!La mia vita è per i libri, nei libri, con i libri. Dare voce a chi non può averla nella mia lingua d’origine è il mio unico scopo! Grazie!!! Mi mancheranno le tue mail piene di speranza! (Ma tua moglie è più caparbia di te!) Grazie mi hai dato la vita!rondini

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A FRANCESCO O FORSE LUCIANO

…IL TUO SOGNO STA PER AVVERARSI E TU NON CI SEI PIU’!!!CHE SCHERZO DEL DESTINO…UN’OFFERTA TRE GIORNI DOPO LA TUA DIPARTITA!!!…ABBIAMO LOTTATO TANTO, CI ABBIAMO CREDUTO MA SOPRATTUTTO MI HAI DATO LA PIENA FIDUCIA, TI SEI AFFIDATO A ME…SENZA CONOSCERMI, SENZA MAI VEDERMI; EPPURE HAI CAPITO CHE MAI AVREI ABBANDONATO QUESTO PROGETTO, CHE CI AVREI CREDUTO OLTRE OGNI MISURA PERCHE’ NE VALEVA LA PENA E ORA NE VALE ANCORA DI PIU’…SO CHE SE TUTTO ANDRA’ COME ABBIAMO SPERATO MI SENTIRO’ REALIZZATA PIU’ DEL DOVUTO E TU AVRAI MEMORIA PERPETUA…PER ME SARAI IL MIO PUNTO DI RIFERIMENTO OGNI GIORNO DELLA MIA VITA

SAMANTA 19/03/2009 (per Francesco che ci ha lasciati il 15/03/09)rondine

UN BEL ROMANZO DA LEGGERE TUTTO D’UN FIATO!!!!!

Luciano Ferro

Sul pontile di San Marcuola

PRIMA PARTE

…se vogliamo parliamo di discendenza…io sono colui che fu Eleno Cassandròs o meglio la persona di cui qui si narra. Tuttavia domani, per paradosso, interpreterò il ruolo dell’erede beneficiario del “de cuius”.

Fino all’età di dieci anni sono stato un bambino come gli altri: sempre allegro e con una voglia pazza di giocare a calcio. Ma, data la mia salute fragile, fragile, non potetti coltivare l’illusione di trasformarmi in calciatore professionista. Allora il divertimento mi abbandonò e rinunciai al mio primo sogno dell’infanzia.

Da quello che mi ricordo, tutti mi chiamavano con il soprannome di Cassandruccio. Avevamo tutti dei soprannomi similari: mio padre si faceva chiamare Cassandrino e mia madre Cassandrina. Sfortunatamente sono morti molto giovani, quando io non avevo ancora compiuto sei anni. Oggi mi rendo conto di non averli conosciuti veramente. Non ricordo di aver ricevuto carezze da mamma o è possibile che mi abbia accarezzato a volte, ma chi sa ogni quanto lo faceva, se è vero che i miei genitori passavano la loro vita viaggiando continuamente per l’Europa.

Era compito di mia nonna Cassandra colmare questo vuoto affettivo e sopperire alla mancanza di carezze. Con il suo campionario di assurde teorie sulla longevità, garantita dal diritto divino, rendeva attuali alcune superstizioni catastrofiche e rendeva verosimile qualsiasi illusione sul nostro passato. Un miscuglio di prospettive molto motivanti per un giovane insoddisfatto. Con lei ho trascorso i momenti migliori della mia infanzia.

Mi narrava dei racconti antichi con talmente tanto fervore da far sembrare che anche lei avesse vissuto e sofferto gli episodi in questione. Era sicura di essere discendente, da parte di madre, della vera Cassandra, figlia di Priamo e di Ecuba, sovrani di Troia. Mi raccontò un centinaio di volte la triste storia della fine della povera Cassandra, con tutti i dettagli della sua morte, avvenuta per tradimento appena arrivata a Micene, dove Agamennone l’aveva condotta come schiava, dopo l’incendio di Troia. Anche mia nonna aveva il dono di predire il futuro, ma lo faceva con cautela per non irritare il Dio Apollo, «Come era successo alla mia maestra», diceva.

Si riferiva alla Cassandra troiana. Per questo prediceva solo durante le tormente solari, durante certi venti e anche nei momenti in cui il sole rimaneva oscurato dalla luna. Secondo lei, non correva nessun pericolo per la sua professione di vedente, dato che le forze ostili alleate di Apollo, Dio del sole, erano completamente impegnate in altri affaccendamenti. E allora, accadeva che mia nonna convocasse me e i miei amichetti. Poi dovevamo attendere che concentrasse le sue forze o forse i suoi pensieri. Dopo una buona mezz’ora si dirigeva ad uno ad uno con un’insolita cadenza, carica di amarezza ma anche di affetto e ci prediceva il nostro futuro. «Oggi ti devi comportare in tal modo, ci diceva, non ti sbagliare, eh, perché altrimenti, saranno guai!» Quando giocavamo a tombola riusciva a tirare su i numeri predetti…Ma non volle mai farlo con i risultati delle partite di calcio. Vincevamo spesse volte; sempre piccoli importi. Ci avvertiva prima: «Non vi farò vincere grandi premi».

E qui arriviamo al primo quesito: anch’io ero convinto di possedere il dono di prevedere il futuro; e lo facevo continuamente come se si trattasse di un allenamento prima di una competizione, forse perché mi divertivo a imitare mia nonna.

Si trattava, e oggi mi sembra di capirlo, di un semplice calcolo infantile: « se mia nonna è la diretta discendente della veggente troiana Cassandra, sangue non mente, e anch’io posso prevedere il futuro». Ma il mio era esclusivamente un lavoro clandestino, pieno di timori e di dubbi, a tal punto che non ho mai avuto il coraggio di sottomettere i miei presagi al controllo di mia nonna o di altri, perché avevo paura che si rivelassero veri. Tuttavia circolava nell’aria, in tono minaccioso, la storia della maledizione di Apollo all’antica Cassandra, che, secondo il mio modo di vedere, era un racconto che non aveva un legame diretto con me, eppure qualche anno dopo mi sentii spinto, un po’ per scherzo, e un po’ per non dovermene pentire dopo, a camuffare il mio patronimico al meglio possibile. Al soprannome originale Cassandruccio tolsi le ultime cinque lettere e le rimpiazzai con una o e una esse alla maniera greca come agazós o kalós, e come nome adottai quello del fratello gemello di Cassandra, Eleno; Eleno Cassandrós.

Appena compiuti dieci anni, tutti i pomeriggi dalle due fino alle cinque erano destinati allo studio, con l’appoggio di due e a volte tre professori, di storia, letteratura e matematica e due istitutrici, una di italiano e l’altra di inglese; quest’ultime rimanevano con me fino alle sette. Studiare con loro due era molto divertente: imparare le lingue era diventato un gioco per me. Dovevo rivolgermi in inglese all’insegnante di inglese, la quale dava la risposta in inglese all’insegnate di italiano che a sua volta me la commentava con esempi esplicativi nella nostra lingua. Un’ora dopo, ero io a deciderle, mi dirigevo in italiano alla maestra di tale lingua e la mia domanda faceva lo stesso viaggio di prima, ma in senso inverso. Il fatto di essere io a formulare le domande, da una parte mi permetteva di conservare il privilegio, particolare dei bambini, di aver soddisfatto la propria curiosità, e dall’altra parte mi spingeva a pensare, a inventare domande impossibili e a volte scabrose che furono sempre accettate dalle insegnanti con buon umore. Arrivai ad esprimermi in italiano con la cadenza della Toscana e a parlare inglese come un abitante di Londra, dove era nata la mia insegnante e mi sentii sempre considerato come un amico della loro stessa età.

Sempre all’età di dieci anni cominciai a trascorrere le mie vacanze estive in casa di mio zio, in Epiro, nel confine tra Grecia e Albania. Nei primi anni trascorrevo le mie giornate nei boschi ombrosi quasi sempre da solo, e se non fosse stato per gli arbusti di uva spina che crescono nelle rocce e nel bosco, Epiro non avrebbe resistito al paragone con le spiagge vicine a casa mia, a Trieste, dove avrei potuto giocare a pallone con i miei amici. Nel palazzo di mio zio, che si innalza solitario a ottocento metri d’altezza, non c’era nessuno bambino con cui giocare, ma solo uomini con l’aspetto severo che mi parlavano in greco. Invece di chiamarmi Cassandruccio come facevano mia nonna e mio zio, mi si rivolgevano con una reverenza chiedendomi permesso a bassa voce. Io rispondevo loro di sì, ma a quel tempo non sapevo che la reverenza e la gentilezza di chiedere permesso facevano parte del cerimoniale adottato da mio zio dopo la morte dei miei genitori.

Io andavo matto per l’uva spina. Appena vedevo un arbusto con i fiorellini bianchi, cominciavo a frugare nella pianta non curandomi alle sue spine, fino a trovare le squisite bacche giallo-rossiccie, simili a quelle del ribes. Prendevo quelle mature e lasciavo il grappolo con i grani più aspri a mio zio Neottolemo che, a volte, mi accompagnava borbottando.

«Non so perché ti lamenti», gli dicevo, «tu per le tue ricette ottomane utilizzi soprattutto le bacche appena scottate, ancora acide. Invece di rimproverarmi di continuo perché secondo te espongo a grave pericolo la sopravvivenza della pianta, osserva le mie braccia sanguinanti; non si lamentano con me, mi fanno pagare caro le loro bacche. Riconosco il mio brutto modo di avventarle ma tu non prendi in considerazione la natura delle piante silvestri, aumentano continuamente in maniera spontanea. Quando sono arrivato la prima volta, tra le rocce e nel bosco da questo lato della montagna non c’era neanche un arbusto, ora conosco a memoria i luoghi dove è più facile trovarli. Arriverà il giorno in cui nasconderanno tutto, persino te e il tuo enorme palazzo».

Allora ci mettevamo a ridere e facevamo pace. Era un uomo buono e contraddittorio; pensava di essere esperto in gastronomia mussulmana, ma guai a chiedergli se era già diventato seguace di Maometto. Praticava una religione fondata da lui stesso, l’ascendentismo, il culto degli avi. E non scherzava in fatto di predecessori: per prima cosa si riferiva al grande Achille e dopo a suo figlio Pirro o Neottolemo, del quale portava il nome e discendeva per linea diretta, passando sulle teste di re e generali, fino ad arrivare a Pirro II, il grande.

Di quest’ultimo elogiava soprattutto la sua mente da stratega. «Puoi realizzare tutte le ricerche che ti attirano sulla storia o se preferisci sulle leggende», diceva, «e non troverai mai un condottiero così completo come il nostro avo. Nessuno prima di lui aveva utilizzato gli elefanti come strumento di guerra (Annibale ne farà uso cinquanta anni dopo) né nessuno aveva osato trasportarli su piccole navi, come un guscio di noce, attraverso l’Adriatico fino all’Italia. E alla fine dimostrò la sua moderazione e saggezza affermando che determinate guerre è meglio perderle a poco prezzo invece che vincerle con grandi perdite».

A quindici anni, credevo di non avere lacune particolarmente significative nella mia formazione culturale per il fatto che conoscevo in modo soddisfacente due lingue, i filosofi socratici e i poeti greci e, chissà perché, spesso mi divertivo ricordando gli aneddoti sugli amori degli dei dell’Olimpo. Erano le illusioni di un quindicenne immaturo, in realtà, poco tempo dopo, mi resi conto che il mio pensiero traballava tra il sacro e il profano alla ricerca di non so che cosa. Forse sentivo la necessità, certamente sublimale, di evadere da questo ambiente di riti e ricordi inutili che popolavano i miei giorni sin dall’infanzia.

Comunque questa fu un’epoca felice, di allegria e senza preoccupazioni; i miei problemi bronchiali non mi provocavano ancora le crisi che mi lasciavano per una settimana a letto. Dopo aver completato e soprattutto migliorato la mia preparazione letteraria, filosofica e scientifica, all’età di appena venti anni mi iscrissi alla facoltà svizzera di giornalismo e dopo tre anni di studio molto intenso ricevetti, come riconoscimento alla mia applicazione universitaria, il primo incarico come inviato speciale. Per dieci anni, eccetto un periodo di otto mesi che trascorsi come giornalista di una radio privata, mi dedicai al mio compito di intervistatore free-lance senza nessun legame di dipendenza, con totale libertà su cosa dire e cosa fare. A volte passavano mesi mentre valutavo se il candidato da intervistare sarebbe stato un campione sportivo o un ricercatore scientifico e poi ,a volte, finivo per scegliere il protagonista anonimo di un fatto singolare. Ovviamente assecondavo i gusti del momento; avevo la pretesa di catapultare alla notorietà eroi sconosciuti che, altrimenti, sarebbero rimasti ignorati per il resto della loro vita.

Appena avevo scelto il tipo di personaggio da intervistare mi mettevo in contatto con il responsabile dell’agenzia che mi sosteneva in questa opportunità e, se mi anticipava le spese, partivo immediatamente qualunque fosse la destinazione.

Di solito accettavano le mie condizioni perché le mie pretese erano modeste; inoltre, come complemento dell’informazione, al testo della mia intervista univo sempre un servizio fotografico, che secondo me era di buona qualità. Un abitudine che era molto apprezzata dalle agenzie e ultimamente molto imitata, con successo, da alcuni dei miei colleghi.

Non mi feci mai condizionare dai soldi: altrimenti avrei dovuto rinunciare al sommo piacere di decidere autonomamente. Un modo di pormi agli altri che aveva il consenso di mio zio. La sua posizione invece continuava a essere autoritaria. «Decido io e basta!», la mia invece, conteneva una chiara connotazione libertaria; anche se in tal caso ci trovavamo d’accordo.

E in virtù di questa coincidenza operativa, non accettai mai l’incarico come inviato di guerra, per il quale pagavano cifre da capogiro, perché sarei andato contro le mie convinzioni. Non volevo vedere gli effetti degli atti terroristici neppure nelle foto.

Se nel leggere il quotidiano mi apparivano di sbieco, giravo immediatamente la pagina. Di sicuro, la coincidenza di opinioni con mio zio era solo virtuale, come l’esistenza di un punto nello spazio dove dovrebbero incontrarsi, senza alcuna certezza, due linee parallele. Nella nostra relazione ognuno manteneva il suo posto e proprio per questo tutto funzionava con la cordialità più squisita. Secondo me, mio zio portava a termine la gestione del suo incarico in Epiro in modo egregio e sui risultati non avevo niente da obbiettare; lui, invece, non avrebbe mai approvato la mia presenza ai festival della gioventù, dove, a volte, è giusto riconoscerlo, la droga circolava in abbondanza. E io, invece, partecipavo a molti di questi.

Il miglior festival al quale presi parte si svolse in Brasile. Duecentocinquantamila giovani cantavano e ballavano al ritmo di bellissime samba brasiliane. Durò un giorno e due notti senza interruzioni, in mezzo alla giungla amazzonica, in un posto che era stato disboscato recentemente da una multinazionale e dove, per completare l’opera, stavano bruciando i rami e gli arbusti ammassati da una parte. Da lontano si vedevano ancora lingue di fuoco altissime e molto fumo, una colonna di mille metri, così dicevano.

Lo definii glorioso e forse esagerai; ma, come si poteva descrivere altrimenti il sentimento di stupore che si prova davanti a una foresta che brucia? E inoltre, mai prima di allora mi ero trovato tra tanti giovani che protestavano contro l’incendio dei boschi. Dopo tutto chiedevano aiuto al mondo a modo loro: a ritmo di samba. Tuttavia la seconda notte per me fu devastante. Non mi drogo, non l’ho mai fatto, ma verso le dieci di sera cominciai a sentire delle fitte alla testa, nella parte posteriore e inferiore del cranio. Più tardi le fitte si trasformarono in una emicrania abbastanza dolorosa e alle quattro della mattina, quando le orchestre stavano suonando le ultime sambe, mi sembrò che la testa fosse sul punto di scoppiare. I disturbi bronchiali furono una piccolezza se paragonati alla sofferenza di quella notte. Disgraziatamente, da lì in poi cominciai ad avere sempre lo stesso incubo davanti al fuoco; i sogni arrivavano vicino all’albeggiare e se non avevo sognato niente durante la notte, la tragedia iniziava quando mi svegliavo, quando senza volerlo mi passavo le mani tra i capelli. Non potevo toccarli, li sentivo strinati, bruciati, secchi e correvo a guardarmi allo specchio che mi rifletteva un’immagine normale. Allora cercavo di accarezzarli e il cuoio capelluto cominciava subito a vibrare.

Una notte, addirittura sognai che ero un papero spiumato, messo sulla fiamma da persone senza faccia per bruciarmi il barbule e gli irti punti neri sulla mia superficie. I termini del pensiero logico avevano sofferto una distorsione senza capo né coda. Rimasi in Brasile altri dieci giorni rinchiuso in una capanna di legno disabitata a circa venti chilometri dal luogo dove si era riunito il festival. Uscivo di notte in cerca di frutta, che in questa regione del Brasile abbonda ovunque. Erano i momenti migliori del giorno perché non si vedeva nessun fuoco e la brezza umida della notte faceva da freno momentaneo al calore soffocante del pomeriggio. Di giorno dormivo, pensavo, pisolavo e aspettavo che il mio male se ne andasse in modo imprevisto così come era arrivato.

Al decimo giorno si fermò davanti l’entrata della casina un tipo con un camioncino, non so cosa volesse, prima che aprisse bocca fui io a chiedergli, in inglese, e poi in italiano, quanti dollari voleva per portarmi a bordo del suo veicolo in un porto qualsiasi dell’oceano. Mi disse il prezzo e partimmo.

Per cinque ore viaggiammo in silenzio, mi sembrarono dieci per il caldo insopportabile, eccetto l’ultimo tratto che si estendeva lungo la costa. Non c’era nessun paesino nei dintorni del piccolo porto e neppure una casa, solo camion carichi di tronchi di alberi, due navi non molto grandi e due enormi gru. Vidi sul fianco della nave più piccola il nome in caratteri greci. Mi avvicinai alla passerella, al di fuori del cerchio che disegnava la gru nel caricare vari tronchi alla volta e gridai in greco le tre parole che comunemente usano i marinai per chiedere aiuto. Si affacciò un uomo grasso e baffuto, ripetei il mio bisogno di aiuto e, mentre fingeva di contare dei biglietti da cento dollari, io iniziai a salire lentamente la passerella. Per quarantacinque giorni navigai su questa carretta dei mari piena di legni preziosi con destinazione Venezia Marghera.

Rimasi quasi cinque mesi rinchiuso in una stanza affittata a Mestre, luogo in cui mi aveva portato il capitano della nave impietositosi del mio stato di salute. Uscivo solo per visitare diversi dottori, uno dopo l’altro, con molta poca fortuna.

Forse il fatto di comportarmi in maniera sbadata e ridicola dipendeva dal mio modo di essere o da un pessimo stato mentale, tenendo conto inoltre che le domande pungenti servivano poco a darmi fiducia. Uno di loro, in un momento in cui si notava bene il mio nervosismo, mi disse: «Impari a contenersi se vuole curarsi». Un altro, mentre cercavo di spiegargli la mia situazione, mi troncò il discorso con un’esclamazione categorica: «Ma mi faccia il piacere, la sua malattia è solo una manifestazione di stress!» In poche parole, mi considerava un malato immaginario. Dovevo credere che solo grazie alla benevolenza di Giove, nel Cielo non mi ridessero in faccia. Nessuno conosce né il meccanismo né la causa dell’intervento celeste, in ogni modo in quel momento avrei potuto credere perfino nell’oracolo di Delfi se fosse servito a curarmi.

Nella mia casa di Mestre mi capitava lo sgradevole fatto di vedere un incendio persino davanti un fiammifero acceso, a tal punto che mi toccavo i capelli e la paura di soffrire un male incurabile mi impediva di pensare in piena lucidità.

Cominciai a pensare di esser caduto in una sindrome di deficienza speculativa di tali dimensioni da non poter valutare l’insignificanza che poteva avere una fiammella di un fiammifero rispetto la grandezza delle lingue di fuoco che si innalzavano nella selva amazzonica. E forse anche nella Troia incendiata, come mia nonna me l’aveva descritta un migliaio di volte con tanta veridicità.

Gli orrori di quelle storie infantili avevano cominciato a concretizzarsi davanti l’incendio dell’Amazzonia e sfortunatamente continuavano ovunque andassi. Finalmente, a forza di cambiare medico, un giorno mi imbattei in un omeopata. «Mi fanno molto male i capelli», gli dissi, «per favore mi aiuti dottore, mi fanno male soprattutto quando vedo qualcosa che sta bruciando».

Questi, a differenza degli altri, che nascondevano a malapena la voglia di ridermi in faccia, fece un gesto di consenso, di approvazione. Da un ripiano tirò fuori un libraccio nero e mentre ne scorreva le pagine mi fece un monte di domande, alcune molto intime e altre che mi sembrarono banali. Lo fece sorridere il mio nome come quello di mia nonna Cassandra e persino quelli di Cassandrina e Cassandrino dei miei progenitori. Invece prestò molta attenzione quando cominciai a esporgli gli eventi più significativi della mia attività come giornalista e fotografo. Mi chiedeva informazioni, era un appassionato di fotografia, mi disse, e desiderava conoscere qualcosa in più di tecnica fotografica.

Mentre parlavamo di fotografia o della mia famiglia, mi distraevo o mi nasceva in cuor mio, oggi ne ho la certezza, un po’ di speranza di aver trovato il medico giusto e comprensivo. Tuttavia, non appena restavamo in silenzio, il medico assumeva nuovamente un comportamento serio e molto preoccupato. E questo bastava per creare nella mia testa una nuova confusione su quella già esistente, un caos completo. Allora, dov’era la via d’uscita? Non lo sapevo, per Giove!, che non lo sapevo. Forse sarebbe stato meglio perdere la memoria. Perderla, pensai, in modo parziale, non totalmente, poteva essere una soluzione. Lo dovevo esporre al medico prima di dimenticarlo ma per la gran confusione che regnava nella mia testa, gli domandai un’altra cosa: «Mentre aspetto che lei si decida o si convinca, potrei imbrattarmi il cuoi capelluto con una pomata specifica che mi faccia cadere tutta la capigliatura? Forse ricorrendo a quella polvere rossiccia che usavano in Vietnam come esfoliante. Assicurano che come effetto secondario produce, giustamente, la caduta dei capelli. Dottore la vedo perplesso», aggiunsi senza dargli respiro, «non si faccia dubbi, è un caso urgente. Certamente mi trasformerà in un grazioso calvo, così la finirei una volta per tutte di provare dolore».

Mi guardò e mi sorrise in maniera comprensiva. «In omeopatia», mi spiegò,«esiste il sintomo del dolore nell’entrare in contatto con i capelli, non è molto comune, ma non è neppure frequente la sensazione di dolore che sentono in un braccio o in una mano coloro che hanno perso tale membro da molto tempo.

E tuttavia c’è gente che la sente e la nostra medicina mitiga il dolore fino a farlo scomparire. Perché non prova con belladonna in questa diluzione», e mi porse una ricetta, «tre volte al giorno per tre giorni. E dopo mi informa al riguardo per telefono».

Lo vidi così convinto che mi sentii rinascere.

Il dolore si curò del tutto, ma dopo un mese e mezzo, tornò con più intensità di prima.

Non ho parole per descrivere la mia prostrazione fisica e mentale, mi sentivo come uno straccio sul punto di sfilarsi. Nonostante ciò, dopo aver trascorso una settimana evocando le ombre dei miei antenati, riuscii a tirare fuori dal mio peggioramento la più ferma determinazione per affrontare le avversità.

Mi armai di un programma per raggiungere la vittoria, che aveva come essenza la mia salute. Il ragionamento era semplice e deduttivo: se non avevo sentito dolore nei capelli per quarantacinque giorni, sicuramente avrei ancora potuto ottenere un simile risultato.

Bene: visto e considerato che il mio male era curabile, dovevo scoprire la causa della mia ricaduta. E solo allora sarei stato in grado di curarmi di nuovo e così successivamente fino al giorno in cui mi sarei convinto di aver riconquistato del tutto la mia salute. In quel momento decisi di abbandonare ogni presupposto libertario del mio modo di vivere e di codificare il “modus operandi Eleno” con l’elaborazione di situazioni preesistenti in un modo nuovo e originale. Potremmo dire una serie di sei o forse sette comandamenti-suggerimenti in relazione al mio stato generale. Nel settimo e ultimo punto entrai nel fulcro della malattia, infondendomi un po’ di coraggio e abbastanza fiducia in me stesso e nei miei antenati. Trascrissi il tutto in lettere cubitali, lo copiai varie volte utilizzando il fax e riposi venti di queste liste nei mobili della mia casa.

Iniziava più o meno così: In primo luogo ricordati che la tua famiglia é sopravvissuta al male e al bene per tremila anni.

Secondo: Se conosci un altro membro della razza umana che sia sopravvissuto a un’epopea similare alla nostra, tu sei per di più e puoi anche scomparire tranquillamente.

Terzo: Se dopo aver letto il secondo punto sei ancora vivo, impegnati a curarti se non vuoi essere l’ultimo rampollo della famiglia.

Quarto: non hai alcun erede, per colpa tua. Se ne avessi uno, allora potresti scomparire.

Quinto: devi sopravvivere e quindi muoviti e organizza ex novo la tua vita.

Sesto: devi lavorare perché sei rimasto senza un centesimo.

Settimo: non devi fumare più, ricordati dei fiammiferi accesi. Nel caso in cui tu veda qualcuno sul punto di accendere una sigaretta, girati subito dall’altra parte o buttati a terra. La forza è nella tua mente. Mantieni tanta fede nei tuoi antenati come fa tuo zio Neottolemo.

Non avevo ancora finito di elaborare il mio piano per la vittoria che notai una diminuzione nella tensione dei muscoli delle spalle e del collo. Tuttavia la mia mano sinistra aveva un leggero tremolio e gli occhi mi bruciavano ancora. La decisione di mettermi a lottare, come fatto personale, richiedeva una notevole dose di coraggio, condizione che ritenevo completamente estranea al mio carattere e ciò riuscì abbastanza a tranquillizzarmi. Al tempo stesso mi spinse a tornare alla routine quotidiana, dal semplice guadagnarsi il pane a tutto ciò che sta nel mezzo, che richiedeva prima di tutto un gran compromesso. Da quel momento in poi, mi risultò facile ricordarmi di un’offerta di lavoro che avevo ricevuto da un gruppo editoriale americano.

In quei periodo a Venezia si apriva una mostra sul Tintoretto, uno dei grandi pittori veneziani. Lo conoscevo indirettamente sin da quando ero piccolo, attraverso i racconti storici di mia nonna. La storia dell’amicizia di Tintoretto con uno dei miei antenati, ai tempi del gran Visir ottomano Murad II, la sapevo quasi a memoria.

Mi trasferii a Venezia nella notte, due giorni prima del mio compleanno; nell’hotel trovai i soldi che mi avevano inviato gli americani.

La mostra sarebbe rimasta aperta una settimana in più, per cui decisi di rimanere un giorno intero in camera a riposare, una pausa in cui mi sarei messo a riparo da qualsiasi tipo di fuoco. Il secondo giorno, appena mi chiusi alle spalle la porta dell’hotel, provai una paura diversa da quella a cui ero abituato: all’eventuale presenza di qualsiasi fuoco, avevo paura di cadere in una disattenzione invece di mettere in pratica le istruzioni previste nel mio settimo comandamento. «E se mi ribello come facevo prima», pensai tra me, «cosa succederebbe?» La malattia non mi aveva abbattuto del tutto ma ero sicuro che fosse riuscita a ferirmi gravemente. Le mie felici vittorie di altre epoche sull’odiosa disciplina, le mie pretese di non sottomettermi mai a nessun tipo di autorità; in breve ero caduto dagli allori del mio spirito ribelle al catasto dei vecchi cenci.

Allora abbassai la testa con rassegnazione e camminando rasente ai muri come un gatto furtivo, seguii il flusso della gente che camminava non so verso dove e solo per caso mi ritrovai alla fine di una strada senza uscita sul molo di San Marcuola. Non dimenticherò mai quella fermata del vaporetto. Chiesi al venditore di biglietti un passaggio verso quel lato, indicandogli con la mano l’ovest. Mi dette un passaggio per Piazzale Roma, e mi pregò di obliterarlo al ritorno. Non capivo: sì obliterare il biglietto per favore. «Che vuol dire?», gli chiesi. «Non lo sa? Obliterare significa obliterare, annullare, come fanno gli impiegati della posta con i francobolli sulle lettere. Nel nostro caso deve farlo da solo in una piccola macchina come quella lì fuori, alla mia sinistra». E aggiunse, «in ogni modo io ora scendo e se non ha furia, glielo spiego meglio». Infatti, collocò un cartellino per avvisare il suo collega, che ancora non era arrivato, e i passeggeri che il suo turno era terminato.

Ci dirigemmo in silenzio in una locanda a duecento metri dal molo. Vidi degli uomini seduti al tavolo, una ventina, che dedussi fossero suoi amici dal modo familiare con cui lo salutarono: il «ciao!» E il «Come stai Nani?», erano unanimi.

Lui rispondeva solo alzando la mano e con un sorriso appena accennato sulle labbra, mentre gli si formavano due fossette sulle guancie. Solo un tavolo era libero, apparentemente era riservato a Giovanni, da quello che era scritto su un cartoncino. Prima di fare la comanda, quella d’abitudine, senza perdere tempo, alzando due bicchieri cominciò «Lei vorrebbe sapere il perché dell’obliterazione e dell’obliterare. Un giorno durante gli anni ottanta, quindi non molto tempo fa, nelle fermate dei mezzi pubblici di trasporto, apparve questa avvertenza. Solo obliterazione. All’inizio la gente non capiva, si chiedeva perplessa cosa fosse successo. Fino ad allora questo vocabolo si era usato solo per indicare la vidimazione dei francobolli. Infatti, obliterazione significa prima di tutto cancellazione e poi occlusione, ostruzione e anche perdere la memoria, ossia perdere i ricordi. Io», parlava solo lui, «lo sentii per la prima volta, a quindici anni, alle scuole medie Foscarini quando mi parlarono della definizione di filosofia secondo D’Annunzio: “la palingenetica obliterazione dell’io cosciente ecc…”Una formula in accordo con l’originalità di questo poeta».

E continuò con questo tono per una buona mezz’ora, elogiando i cambiamenti che avrebbero reso superflua l’obliterazione dei biglietti, con la previa approvazione delle autorità dell’impresa municipale dei vaporetti.

Mi sembrò di capire che aveva intenzione di pronunciare un altro lungo discorso, ma all’improvviso si fermò, mi guardò attentamente e, considerando che fino ad allora io non avevo proferito parola, mi chiese che cosa avrei fatto a Venezia.

Era arrivata la mia opportunità, avevo tanta voglia che qualcuno mi consolasse, ero disposto a parlare e a confidarmi in cambio di un po’ d’aiuto. Gli feci notare, nel caso in cui non se ne fosse accorto, che prima di sedermi avevo fatto scorrere la sedia per posizionarmi di spalle a tutti gli altri commensali. Gli spiegai la ragione del movimento della sedia e del dolore ai capelli, i dettagli del fuoco e le conseguenze dannose di un fiammifero acceso. Non notai nessuna smorfia di meraviglia nella sua faccia, anzi, forse curiosità. E infatti, immediatamente, guardandomi diretto negli occhi mi chiese: «Lei da dove viene?» La mia voglia di confessarmi aumentò e andai a fondo con il mio racconto: «la mia famiglia è originaria di Epiro, ma io sono nato in Italia. Discendendo, quasi, quasi mi vergogno a dirlo, in previsione del disastro in cui è caduta…alla fine, e a me lo trasmisero, correggo: chi me lo disse e me lo giurò fu mia nonna. Secondo lei, la fondatrice della famiglia sarebbe stata l’indovina Cassandra». «Mi scusi», interruppe il signor Giovanni, «Cassandra, quella dell’Iliade, quella che era lo zimbello di tutti quando lanciava le sue profezie dell’alto delle mura di Troia?» «E’ da non credere, signor Giovanni, proprio lei», risposi, «ma mi permetta di spiegargli tutto, così i fatti si legheranno in un certo senso con gli alberi genealogici a tal punto che sarà impossibile capirci qualcosa. Esiste anche la teoria di mio zio Neottolemo, corroborata da un monte di documenti. Li ho visti personalmente ma non ho potuto leggerli perché scritti in greco antico. Io conosco solo un po’ di greco moderno. Secondo mio zio, il vero patriarca di tutti noi; inclusi quindici re, circa quaranta despoti, centinaia di altri potenti con nomi strani, dovrebbe essere l’eroe Achille. Quindi la situazione sarebbe la seguente: se io sono discendente di Cassandra, anche se il periodo di 3000 anni sia troppo esteso, il ricordo genetico del dna è ancora presente in me (me lo ho chiaramente spiegato l’omeopata). Non esiste la possibilità di diluzioni genetiche tramite matrimoni tra diverse etnie che abbia completamente cancellato la nostra matrice genetica e potrei aggiungere anche i nostri dati originali. (inoltre, per peggiorare la situazione, di sicuro devono esserci stati matrimoni tra consanguinei).

Lei, signor Giovanni», gli dicevo, «deve tener presente anche che fu mia nonna Cassandra che ci dette i nomi: Cassandrino, Cassandruccio e altri. E’ una grande indovina ed è stata lei a raccontarmi le tremende storie della distruzione di Troia. Immagino che deve averlo fatto per una buona ragione. Se è così, è tutto scontato e dovrei trascorrere le mie giornate in compagnia della maledizione fino al giorno in cui mi getteranno nel Lete, il fiume della dimenticanza.

O invece, mia nonna è solo un’anziana che tende a mistificare la realtà, tramite racconti inverosimili, e sostanzialmente fantasiosi per attrarre le attenzioni su di sé e allora esiste la possibilità che io sia caduto nelle mani di una mitomane. In questo secondo caso allora dovremmo approfondire la teoria di mio zio Neottolemo».

Il signor Giovanni da parte sua disse che sarebbe stato bastato conoscere la prima e la seconda generazione registrata nei documenti di mio zio Neottolemo. Allora gli spiegai che Achille, ancora prima di marciare con il resto degli achei all’assedio di Troia, aveva avuto, giovanissimo, un’avventura sentimentale con Deidamia, figlia del re di Skiros. Achille partì per la guerra approssimativamente verso i venti anni, mentre suo figlio Neottolemo o Pirro, nato dalla sua relazione con Deidamia, secondo i miei calcoli, a quel tempo, doveva avere quattro o forse cinque anni, tenendo conto che ebbe poi il tempo di partecipare, dieci anni dopo, all’ultimo episodio della guerra. «Qui deve prestare molta attenzione», dissi al signor Giovanni e continuai, «lei sa che per primo morì Ettore, e vorrei fare una parentesi per sottolineare la nobiltà di Achille quando ricevette nella sua tenda da campo il vecchio Priamo al momento della restituzione dei resti di suo figlio Ettore. Poi morì anche Achille e non molto tempo più tardi anche Paride. Mi ascolti attentamente signor Giovanni: Elena, la moglie bellissima che aveva abbandonato suo marito per fuggire con Paride, resta vedova. Eleno, aveva il mio stesso nome il fratello gemello di Cassandra, anche lui indovino, la desidera, la stradesidera, si arrabbia, si indigna, ma i capi troiani non cedono. Allora fugge, come prigioniero o forse volontariamente, arriva fino alle formazioni greche. Racconta la sua storia di umiliazioni e ingratitudini intercalandole con varie predizioni. In primo luogo annuncia che per celebrare il fine prossimo della guerra contro i troiani, i greci erigeranno un immenso monumento dall’aspetto di un cavallo il cui ventre avrà un enorme capacità contenitiva. Di seguito apporta altri dettagli: smentisce la versione del monumento e definisce la statua come una vera macchina da guerra. Pochi giorni dopo riprende il filo della profezia e ridefinisce i lineamenti principali. Inizia spiegando che le dimensioni della pancia del cavallo non sono la conseguenza di una scelta casuale. Non fu progettata con quelle dimensioni con lo scopo di realizzare qualcosa di gigantesco ma per adeguare ogni dettaglio dell’opera a un piano tattico, secondo cui si pretende di nascondere nello spazio interno l’astuto Ulisse con Tessandro, il falegname Epeo, incaricato di costruire il cavallo, Menelao, re di Sparta, e i guerriglieri Estenelo, Acamante, Toante e Macaonte, considerati i combattenti più valorosi delle file achee. Senza perdere tempo afferma che quegli sciocchi (signor Giovanni, si riferiva ai suoi cittadini di Troia), credendo che si tratti di un potente regalo degli dei, porteranno il cavallo dentro le mura della città per adorarlo. Ma…arrivata la notte… Un momento, qui è la chiave del vaticinio perché Eleno, con l’aura del vate esclama: «accadranno delle disgrazie se non si compie la volontà degli dei, loro tengono alla presenza del figlio di Achille, Pirro o Neottolemo avanti a tutto per guidare quei valenti alla completa conquista della città». E cosa doveva fare in queste circostanze il figlio di Achille? Sicuramente correre. Riuscì a penetrare nella città in tempo, aprire le porte all’esercito greco e non solo questo: portò a termine cose orribili in questa notte di fuoco.

Nella distribuzione del bottino e delle belle donne di Troia che saranno condotte alla schiavitù, gli toccò Andromaca, la vedova di Ettore e con lei ebbe tre figli: Moloso, Pielos e Pergamo. Pirro Neottolemo morì a Delfi, ancora giovane, in un episodio non molto chiaro.

Eleno non partecipò né all’incendio della sua città né come spettatore invitato, troppo odio lo divideva dai suoi concittadini che gli avevano negato la bellissima Elena, vedova di suo fratello Paride. Avvalendosi della fama che aveva acquistato come indovino, cercò di convincere Pirro Neottolemo a non tornare in patria per via mare e a preferire invece di passare per la terra ferma. Grazie a questo consiglio le squadre di Neottolemo, che, prima di partire fu nominato re di Epiro, si salvarono dalla disgrazia del capo Cefaleo dove affondò una parte importante della flotta greca.

Lo univa ad Andromaca l’affinità degli esiliati della stessa città, il sentimento di complicità che esiste tra due persone che hanno giocato insieme da piccoli e che in più erano cognati grazie al matrimonio con suo fratello Ettore, di cui Andromaca era poi diventata vedova. Non lo era poi stata di Neottolemo che l’aveva presa solo come schiava. E forse perché a Eleno gli piacevano le vedove o forse per il desiderio di riabilitarsi dalla disgrazia che indirettamente gli aveva provocato, la sposò. Mio zio non mi ha mai detto se Andomaca ebbe altri figli anche con Eleno, e io non gliel’ho mai chiesto. Il resto dell’albero genealogico non serve ai nostri fini».

Arrivati a questo punto il signor Giovanni mi chiese: «E a Cassandra cosa accadde?»«E Cassandra che destino ebbe?»

«Cassandra, per la sua condizione di vergine figlia di un re, andava per diritto ad Agamennone sovrano di Micene e di Argos, comandante in capo della spedizione per mare. La maledizione di Apollo (mentre parlavo con il signor Giovanni tenevo un tono di circostanza) continuò a perseguitarla per mare e per terra. Prima di partire per Micene, Cassandra avvisò Agamennone che se sarebbe tornato in Grecia lo avrebbero assassinato; ma neppure Agamennone la ascoltò e la maledizione intanto faceva il suo corso. Non appena arrivarono a Micene, seppero che Clitemnestra, la sposa di Agamennone, durante la lunga attesa aveva scelto come amante quel parassita di Egisto. Qui si compie la maledizione, signor Giovanni, perché pochi giorni dopo, la donna infedele insieme con il suo amante fecero cadere in una trappola Agamennone e Cassandra e li sgozzarono nel sonno».

Aggiunsi che il resto della storia non avrebbe portato ulteriori informazioni.

«Se ho capito bene», disse il signor Giovanni, «Cassandra morì prima del tempo». «Prima del tempo rispetto a cosa?», gli chiesi.

«Per esempio», mi rispose il signor Giovanni «per esempio prima di diventare madre. Se ho capito bene era una vergine, una specie di monaca del suo tempo, disposta a resistere a tutti i costi ai pretendenti e alle varie pressioni con l’intento di restare vergine. E quindi, (il signor Giovanni iniziava ad alzare la voce), la tragedia di questa principessa sfortunata si aggiunge alla vista delle fiamme le quali, con la loro presenza reale, tangibile, confermano tutte le sue premonizioni. Inoltre, in tale scenario, dovette assistere al sacrificio del padre e forse anche a quello della madre e come se non bastasse le toccò esser condotta, come schiava, in terre sconosciute dove fu annientata, durante la notte, come un’infame. Mi creda signor Eleno, non sono mai stato un indovino: ma non capisco come, lei, che ha frequentato tanti veggenti, non abbia scoperto sin da bambino una verità tanto semplice. Le ripeto che non credo di esser diventato indovino in questa occasione solo perché considero (il signor Giovanni misurava a voce bassa ogni parola) questa donna, in virtù della sua condotta straordinaria, è sempre stata una leggenda per moltissime persone. Ma mai nessuno dovrebbe, e tanto meno potrebbe, assumerla come capostipite della propria famiglia».

Ancora oggi continuo a sentire il mio urlo indignato: gridai «Fuoco, Fuoco!» E non ricordo nient’altro.

Il signor Giovanni due ore dopo mi raccontò che, insieme ai suoi amici, aveva acceso un gran fuoco nel camino della locanda per provare se realmente avevo cancellato determinati ricordi. Ero saltato in piedi ripetevo continuamente: «Fuoco, fuoco sempre» per almeno mezz’ora e come confermarono anche le altre persone presenti. Secondo atto, una volta seduto, ripetevo lentamente il nome Lete mentre facevo un gesto osceno fino a quando il signor Giovanni mi appioppò un paio di schiaffetti, mi svegliai sorridendo e chiesi: «E’ successo qualcosa? Mi è sembrato di aver sentito delle grida».

Quella sera andai a cena a casa del signor Giovanni. Mi presentò a sua moglie come un nuovo amico di circostanza; in più conobbi sua figlia Giuseppina, una donna dai capelli neri con gli occhi di un azzurro chiaro tra il verde e il celeste, uguali a quelli di Atena. Siamo di nuovo in mezzo agli dei, pensai tra me, mentre Giovanni me la presentava. Ad ogni modo non ci feci molto caso perché mi sentivo in uno stato di completa felicità e il mio buon umore contagiava i presenti. Gli agnolotti della signora Letizia diffusero nell’ambiente uno stato di leggiadria, un momento di pausa durante la cena.

Non ero d’accordo col rimanere in silenzio, tranquillo e in più sorridente. Dopo tanti mesi di forzato silenzio avevo una voglia matta di ridere e di scherzare con il signor Giovanni e sua moglie. Mi misi a cantare, in piedi, con il piatto degli agnolotti in mano, una breve canzone infantile in onore di Atena.

Il mio comportamento inaspettato provocò un’esplosione generale di risate amichevoli e Giuseppina, non appena finì di ridere, cominciò a esaminarmi con i suoi occhioni color verde mare.

Il giorno dopo, era il giorno del mio compleanno, alle undici mi diressi al notaio di confidenza di Giovanni, (dalla sera prima ci davamo del tu), per ottenere legalmente il mio cambio di identità: Eleno Cassandròs era pronto per trasformarsi in me (“Di me”). Alle tre del pomeriggio arrivai al Canal Grande, nel palazzo dove si svolgeva l’esposizione delle opere del Tintoretto e lì rimasi, con il consenso del supervisore delle Belle Arti, fino alle sette della mattina seguente. Stavo terminando di accomodare gli strumenti del mestiere e stavano già entrando gli incaricati alla pulizia.

Sono trascorsi cinque mesi dal giorno in cui Eleno Cassandròs si rese conto di aver cancellato inaspettatamente dalla sua memoria determinati ricordi che erano dannosi per la sua salute. Io, che godo il beneficio di essere suo erede, dichiaro solennemente di non essermi mai sentito così bene come ora. Lavoro da quasi quattro mesi come capo fotografo nel Giornale di Venezia, ho adottato provvisoriamente il cognome di Giovanni, al posto del mio, Cassandròs, come misura per allontanare gli influssi negativi. Nei prossimi giorni sarò a tutti gli effetti di legge Luigi Devoto. Devoto fu un’altra qualità di distinzione di cui si vantarono alcuni membri della mia famiglia nel Medioevo, trasformata per me in nuovo cognome compiendo così una disposizione del registro di stato civile di Venezia.

La prossima settimana mi sposerò con Giuseppina: siamo molto felici. Andremo in luna di miele in Epiro, in casa di mio zio Neottolemo, Giovanni e la signora Letizia verranno con noi , come invitati speciali dello zio.